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Jupiter-Il-destino-delluniverso-recensione-fratelli-wachowski-mila-kunis-channing-tatum-eddie-redmayneDopo l’esperimento spazio-temporale che è stato Cloud Atlas, i fratelli Wachowski tornano al cinema con Jupiter – Il destino dell’universo, ricorrendo a tutto il loro repertorio e fondendolo con il puro action ambientato nei meandri dello spazio.

Tutto inizia, tuttavia, sulla Terra, dove la giovane Jupiter (Mila Kunis) vive una tranquilla ma di certo non entusiasmante vita. Orfana di padre, clandestina in America, vive con la madre, gli zii e i cugini pulendo le case dei più ricchi. La protagonista attende, sebbene piuttosto disincantata, un evento che possa stravolgere la sua esistenza e questo si presenza, senza preavviso, quando un gruppo di alieni cerca di ucciderla e l’ibrido umano/lupo Caine (Channing Tatum) entra in azione per salvarla.

La fantascienza è da sempre il terreno fertile dei Wachowski e si nota sin da subito come i fratelli Andy e Lana abbiano creato un mondo, anzi un universo, con proprie regole e propri abitanti. Jupiter Ascending (titolo originale molto più sensato di quello nostrano) cela in quasi ogni scena la perizia con cui i registi hanno cercato di rendere un cosmo, che per molti di noi è semplicemente vuoto e sterile, pieno di vita e di Storia.

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Purtroppo, per fare ciò, i registi sembra siano stati costretti a raggiungere quei compromessi inevitabili quando si gestiscono budget stellari. Innanzitutto, questo è il loro primo film in 3D e mai scelta più insignificante poteva essere fatta; se è vero che in un paio di momenti, specialmente quando si inquadra il sistema solare, la stereoscopia svolge un ottimo lavoro ed enfatizza la profondità dello spazio, per il resto non fa altro che precludere ai Wachowski la possibilità di sbizzarrirsi, come risulta evidente nelle scene d’azione, in cui molti frangenti sono orchestrati appositamente, spesso con l’aiuto di abbondanti rallenty, per poter sfruttare il 3D tutt’altro che mozzafiato.

Sembra quindi chiaro come Jupiter – Il destino dell’universo sia piegato più alle esigenze estetiche che al resto, ed è un peccato, perché la sceneggiatura, opera degli stessi registi, offriva spunti ricorrenti nella filmografia dei fratelli ma comunque mai obsoleti. Che sin dal primo Matrix, Lana e Andy siano propensi a disquisire di questioni politiche, sociali ed etiche, è ormai cosa chiara agli spettatori di lunga data; questo lungometraggio non fa eccezione ed è sicuramente ciò che più è in grado di smuovere chi guarda. Spostare l’attenzione lontano dal nostro pianeta, semplice tassello di un’industria dalle proporzioni intergalattiche; perdersi nei giochi di potere fra gli aristocratici, alla costante ricerca dell’interesse privato; ma anche temi più azzardati e interrogativi etici, come lo sdegno che proveremmo istintivamente sapendo che una razza ci usa come bestiame, quando però siamo tranquillamente disposti a sederci tutti i giorni a tavola e mangiare carne di animali da noi allevati e uccisi.

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Questo è ciò che si nasconde sotto la superficie della pellicola e che, prendendo forma nella seconda parte della proiezione, contribuisce a una parabola ascendente nel progressivo sviluppo degli eventi. Sfortunatamente, nonostante siano sempre presenti, questi argomenti vengono a galla senza però emergere completamente; si avvertono, ma lo spettatore ha bisogno di saperne ancora, perché ciò che viene mostrato sullo schermo non basta per costruirci attorno un reale pensiero. I registi, invece, saltano continuamente da un filo narrativo all’altro e alla fine il lungometraggio assume più la forma di un romanzo diviso in capitoli, in cui tuttavia ciò che è successo precedentemente influisce ben poco sulle azioni successive. Un’occasione persa dunque, nonostante le potenzialità ci fossero eccome. E ciò dispiace ancor più perché le basi per costruire un film migliore sono sotto gli occhi di tutti; sarebbe scorretto non esaltare la scenografia e l’ottimo utilizzo della computer grafica, che creano architetture ed edifici dai tanti stili in linea con chi li abita, così come molto attenti sono il trucco, i costumi e la cura dei dettagli riservati alle tante specie che popolano il cosmo. Tutto questo lavoro sottolinea l’attenzione che i Wachowski hanno dedicato a creare un universo di cui il pubblico riesce a ricostruire la mitologia e ad accettarne l’esistenza nonostante la sceneggiatura non perda eccessivamente tempo a dare spiegazioni.

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Concentrandoci sugli interpreti, Mila Kunis e Channing Tatum incarnano due protagonisti facilmente apprezzabili, la cui relazione si evolve con i giusti tempi, e nonostante il loro rapporto sia centrale, l’elemento romantico non soffoca il resto della vicenda. I tre fratelli Abrasax invece, proprio per la struttura a capitoli prima citata, appaiono e scompaiono non lasciando traccia, quando un maggiore approfondimento sarebbe servito senz’altro a modellare figure più solide dal punto di vista narrativo. Eddie Redmayne, nel ruolo dell’erede legittimo Balem, dà vita a una performance difficile da sostenere nella versione italiana, a causa di un doppiaggio che sa quasi di caricaturale, anche se a dire il vero, l’impressione è che i registi abbiano optato intenzionalmente per degli antagonisti interpretati in maniera macchiettistica, ma questo esperimento non si può dire, almeno per il sottoscritto, riuscito appieno.

E forse la summa di Jupiter – Il destino dell’universo sta proprio qui: un soggetto interessante schiacciato dal voler caricare il più possibile. La mezza delusione suscitata dal film è dovuta all’apparente bisogno dei due fratelli di eccedere sotto tanti punti di vista; si lasciano andare a un montaggio che spesso non lascia spazio altro che alla confusione, inutili scavalcamenti di campo anche in un semplice dialogo, protrarre fin troppo scene d’azione che vivono prevalentemente di slow-motion ed esplosioni impossibili da contare. Questo, ripeto, è il giogo che per un regista è difficile scrollarsi di dosso quando si vuole creare un titolo che piaccia ai grandi, ma che non sia disdegnato dai più piccoli, farcendolo con aggiunte di ogni varietà finché il budget esorbitante lo permette, perché non si sa mai che possa scaturirne un franchise. Soffermarsi di più sul racconto, rinunciare a qualche cliché di troppo e accorciare le sequenze action avrebbe reso più scorrevole il lungometraggio, che se non avesse avuto a disposizione i tanti milioni di dollari e il grande cast, si sarebbe probabilmente confuso fra gli altri prodotti del genere.

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La visionarietà dei Wachowski, facilmente riconducibile al più recente Cloud Atlas, alla base della creazione di un mondo mirabile; protagonisti che scelgono di vivere la propria vita non per quello che sono, ma prendendosi la responsabilità delle proprie azioni; una storia romantica che non infastidisce ma anzi bilancia le tematiche sociali e gli intrighi politici. Grazie a questi elementi, Jupiter – Il destino dell’universo riesce comunque, nonostante gli alti e bassi, a risultare un prodotto che una visione la merita, almeno per apprezzarne i deboli lampi di ispirazione, estetici e non, dei registi, ma che purtroppo non riesce a conquistare il cuore dello spettatore.

Jupiter – Il destino dell’universo, scritto, diretto e prodotto dai fratelli Wachowski, arriva nelle sale italiane il 5 febbraio. Primo lavoro in 3D per i fautori di Matrix, il film vede nel cast la presenza di Channing Tatum, Mila Kunis, Sean BeanEddie RedmayneDouglas Booth, Tuppence Middleton, Doona Bae, James D’ArcyTim Pigott-Smith.

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