trono di spade stagione 6L’inverno è arrivato, e porta con sé un vento di rivalsa e un vago odore di fine. I protagonisti cominciano a chiudere i conti; partenze, ritorni, rese dei conti. Chi è sopravvissuto alle prime cinque stagioni comincia a trovare un suo scranno fisso nella storia, come se avesse già espiato col dolore la propria colpa d’essere ancora vivo.

Il fantasy comincia ad essere padrone

Il filo sottile di tragedia che aveva permeato le prime cinque stagioni, qui si sfilaccia. Il fantasy straborda, e con esso un senso epico che spazza via l’incertezza – vera forza della serie fino a questo momento. Ci lasciamo trascinare volentieri da rivalse e vendette, come se la sofferenza e l’incerto che ci hanno accompagnati fino a questo momento fossero lo specchio nel quale osservarci, come se il mondo di complotti e caos fosse la nostra vita quotidiana, come se l’attesa di una speranza fosse l’ingoiare la nostra stessa mediocrità. E la resa dei conti non è che quel futuro nel quale tutti speriamo.

Stanchezza d’intenti

La sceneggiatura non è che la pallida ombra di quello che era fino alla quarta stagione. Senza la solida struttura del libro, trama e dialoghi sembrano improvvisati, verbose balbuzie che scimmiottano quella grande retorica su desideri e potere che Martin era riuscito a infondere nei suoi dialoghi. Perfino lo stesso Trono di Spade sembra ormai una sedia vuota. Si punta più alla pancia che alla testa. Allo stupore che alla meraviglia. Al colpo d’effetto che al ragionamento conciso. Alla parolaccia che alla battuta salace. Irriconoscibili Ditocorto, Varys, Tyrion, La Regina di Spine, Melisandre. Non certo per colpa loro. I personaggi si sono afflosciati appoggiandosi sul carisma che si erano costruiti con fatica. Forse basta l’affezione per gran parte del pubblico, ma l’inutile pienezza di certi dialoghi risulta stantia e artefatta. Uno spreco, per quello che si era riusciti a creare.

Si è persa gran parte dell’incisività e dell’originalità. Troppe scene sembrano le copie di sequenze già viste nelle stagioni precedenti; troppi dialoghi di frasi fatte, troppo alta la fiducia nei soli effetti speciali. S’è persa la voglia di creare, sostituita da una stanchezza d’intenti che poggia solo sulla fedeltà di chi è giunto fino a questo punto.

Per concludere…

La sesta stagione del Trono di Spade lascia due gusti in bocca: il dolce della rivincita e l’amaro della delusione. Attendiamo se questa nuova atmosfera più incline all’epico riuscirà a trovare un linguaggio tecnico-strumentale che le si sposi meglio. Confidiamo che il bel lavoro fatto finora possa trovare un degno epilogo.

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