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Stonewall recensione

Tra tutti i drammi sociali, il peggiore è la pena interiore di un individuo. Sembra snodarsi su quest’idea Stonewall, il film di Roland Emmerich (Indipendence Day, 2012, Sotto assedio – White House Down)che tratta della nascita del movimento gay a New York tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70.

Stonewall: una storia d’intima ribellione

Danny è un ragazzo che vive in una cittadina provinciale del Kansas. Vive la sua omosessualità come ossessione, come timore di malattia per cui non c’è cura. Il padre, coach al suo liceo, con la sua chiusura mentale non fa che fomentare le insicurezze del ragazzo. E quando viene a galla la sua relazione con un compagno di classe, Danny si trova costretto a fuggire da casa, dalla discriminazione dei compagni, da una madre che con lui condivide soltanto un silenzio timoroso, e da una sorella che era l’unico barlume di clemenza in un mondo che sembrava giudicarlo colpevole all’unanimità. Arriva a New York, dove spera di trovare la tranquillità emotiva di cui ha bisogno mentre prova a terminare gli studi. Qui incontra e fa amicizia con un gruppo di ragazzi di strada, effeminati negli atteggiamenti e nell’abbigliamento, che vivono prostituendosi. Stonewall è il nome del locale nel quale i ragazzi si ritrovano e dal quale partirà il grido d’indipendenza del movimento gay.

Il dramma che si consuma non è però quello di una comunità, ma quello di un ragazzo e del suo gruppo di amici che si trovano a confrontarsi con una società che li umilia con vessazioni e sfruttamento. Il non-logico e il non-pensato sono i cardini delle azioni. Adolescenti ritratti come esseri spinti dalle emozioni, indifferenti ai sofismi dei benpensanti e dei gay moderati. Pur trovandoci davanti a un evento rilevante della storia sociale contemporanea, un evento che segna il punto di svolta di una minoranza, non sono gli atti eroici il motore dell’azione, bensì vampate d’irruenza dettate da amore, affetto, delusione, gelosia, invidia, rabbia.

Accenti emotivi e svolte di trama sono alle volte troppo cinematografici, facili e prevedibili, ma vengono stemperati dal riuscire a mantenere la retorica sempre come punta di un iceberg ben più grande: la necessità dell’appartenenza.

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