#BESOCIAL

wild-recensioneSi, è vero, Wild è al cinema da una settimana esatta, ed è anche vero che era martedì sera, ma la sala vuota non penso sia comunque giustificabile. E sì, lo so che sono un po’ in ritardo, ma non sempre è facile ignorare i miei maledettissimi impegni. In ogni caso non è comunque giustificabile una sala così deserta (saremmo stati in dieci alla fine), non perché questo sia il film del secolo, ma perché comunque due candidature agli Oscar le avute, così come gli elementi per far bene. Ecco allora che se guardiamo le cifre del Box Office, la scusa del martedì sera non regge più. Wild racconta la storia, vera, di Cheryl Strayed, donna che decide di percorrere la pista di trekking del Pacific Crest, macinando la bellezza di 1200 kilometri, per tre mesi di viaggio.

Recensione: Wild - Quando un viaggio vale una vita

A dirigere Reese Witherspoon, che grazie a questa interpretazione si è guadagnata la candidatura agli Oscar come migliore attrice, colonna portante dell’intero film è Jean Marc Vallè, regista del pluri-premiato dello scorso anno, Dallas Buyers Club. Wild non si discosta molto dall’ultima opera, quantomeno a livello di narrazione, che, grazie a colpi di flashback, mostra la vita della protagonista, esattamente come se fosse lei stessa a rielaborare tutto nella mente, anche grazie alla fatica, al dolore fisico, alla solitudine che temprano il carattere. Il viaggio è così interno, dentro se stessi, ma anche strumento di purificazione da tutti gli errori che nella vita si compiono. Cheryl infatti è segnata dalla prematura morte della madre (Laura Dern, candidata anche lei all’Oscar come miglior attrice non protagonista), da sempre guida solare nella vita dei figli e pronta ad asciugare ogni lacrima con un sorriso; è segnata dalla dipendenza dall’eroina, dai continui tradimenti al marito e da un divorzio che non ha il sapore di tale.

2015Wild_Press_2_150115.gallery[1]

Il meraviglioso paesaggio americano è qui solo uno sfondo, impervio o dolce quando serve, ma mai protagonista assoluto, un po’ come invece succedeva in Into The Wild, dove non manca la fusione panica fra uomo e natura. Vallè è bravo a scandire i saliscendi emozionali grazie ai flashback, sempre puntuali, a volte disconnessi e anticipati da frasi fuori contesto, un po’ a voler rappresentare con suoni ed immagini il flusso di un ricordo che riemerge dall’inconscio. Peccato per la frase finale un po’ forzata, un po’ troppo costruita, ma a parte questo Wild rimane un bellissimo film, a tratti non facile da mandar giù, ma pur sempre ricolmo di significato e toccante, soprattutto sapendo essere una storia vera..storia di come nella vita sia necessario percorrere l’ennesima strada, per tornare su quella giusta, quella della bellezza, persa chissà dove, chissà quando..

#BESOCIAL