Her - Recensione

Her - Recensione

“Her” è uno di quei film che ti fanno uscire dalla sala con la sensazione di non aver afferrato del tutto il loro messaggio e questo ti spinge a riflettere. Su ciò che hai visto, su ciò che la storia che ha preso vita davanti ai tuoi occhi ti ha lasciato. E questa storia in particolare, lascia sicuramente il segno.

Her – L’artificio dell’Amore

Il tema trattato, al di là dell’originalità del pretesto, è sempre lo stesso: l’uomo e la sua ricerca di contatto umano, la sua necessità di condivisione. All’inizio del film questo contatto è assente. I personaggi si muovono nello spazio che li circonda ma slegati da esso e soprattutto lontani dagli altri individui che passano loro accanto.

È un mondo minimalista, pulito e ordinato quello in cui agisce (ma non vive…) Theodore Twombly. I vestiti non concedono nulla alla volgarità o all’estro, sono giacche semplici, camice dai piccoli bottoni e pantaloni a vita alta dal sapore vagamente vintage che rispecchiano la dimensione eterea della pellicola. I colori non sono mai troppo forti sebbene siano presenti, la luce si diffonde nell’ambiente come filtrata dall’acqua, leggera e tenue.

Theodore è un uomo che si occupa di sentimenti ma non dei suoi, di quelli degli altri. Scrive lettere per persone che non ha mai veramente conosciuto da inviare ad altre che non conoscerà mai. Eppure riesce a penetrarne l’essenza e ad esprimere emozioni che questi altri non sono in grado di esternare, come una sorta di novello Cyrano, tessitore di parole in un futuro non troppo lontano.

È una persona pacata, lieve. Il suo tocco sul mondo è come l’adagiarsi di una foglia sulla superficie di uno stagno, evento insignificante che però cambia la realtà statica delle cose. Il mondo lineare e pulito che lo ospita è un universo solitario nel quale gli sguardi delle persone che viaggiano sulla metropolitana non s’incrociano mai, nemmeno per caso. La comunicazione avviene tramite auricolari bianchi perennemente infilati nelle orecchie che fanno muovere le bocche creando l’illusione di una comunicazione frontale che in realtà non avviene.

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In un mondo così, diverso dal nostro ma non troppo, il contatto, quello vero, è così distante dalla realtà che una compagnia ha inventato un Sistema Operativo che riesce a simulare una personalità umana. Theodore incontra/compra, la sua nuova amica, Samantha.

Lei, ride, scherza, impara dal suo Pigmalione mentre il rapporto si evolve velocemente.

La parabola romantica di un uomo che riscopre la meraviglia del mondo che lo circonda e la forza dei sentimenti.

Samantha diventa per Theodore una confidente, un’amica, per poi trasformarsi in qualcosa di più. I mondi di Theodore e Samantha si sfiorano fino a quando il bisogno impellente di contatto non li spinge oltre, in un oltre dal quale lo spettatore è escluso per mezzo dello schermo che improvvisamente diventa nero, rendendolo cieco. Ciò che avviene al di là di quello schermo, non lo riguarda perché è un qualcosa che non può essere veramente compreso da chi non lo sta vivendo.

Theodore riscopre una felicità che aveva creduto perduta per sempre a causa di un rapporto concluso con un divorzio difficile. Lui, fine conoscitore delle altrui esistenze, impara a conoscere se stesso.

Nella pellicola il cambiamento è evidente perché, finalmente, i corpi degli sconosciuti non sono più eteree rappresentazioni dell’altro ma diventano solide realtà contro le quali lui si scontra, con le quali interagisce, seppur fugacemente.

E tutto grazie a Lei, che in realtà non esiste. O sì?

L’incontro con la sua ex moglie, interpretata da una cruda Rooney Mara, incrina l’idillio e lui comincia a riflettere sul rapporto con Samantha. Presto si renderà conto che non si può sfuggire al dolore nascondendosi dietro una realtà surrogata e imparerà ad accettarlo, ad accoglierlo e a vivere nonostante esso.

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Joaquin Phoenix, protagonista della pellicola di Spike Jonze, è magnifico. Le sue espressioni, le movenze, tutto di lui è in sintonia con la storia, nella quale s’immerge completamente. Al suo fianco, Amy Adams, sempre bravissima, senza trucco, interpreta l’unica amica in carne ed ossa di Theodore che non giudica ma, anzi, comprende. E poi Lei, che non si vede ma è sempre presente, la voce di Samantha, Scarlett Johansson, vincitrice del premio per la Migliore Interpretazione Femminile al Festival di Roma ma ingiustamente snobbata dall’Academy.

Nella versione doppiata la sua voce inconfondibile, bassa, roca e sensuale come quella di Lauren Bacall, si sente solo quando intona la delicata melodia della canzone “The Moon Song” di Karen O (candidata all’Oscar 2014 come Miglior Canzone ma uscita sconfitta) ed è troppo poco per apprezzarla. Purtroppo con il doppiaggio il personaggio di Samantha perde un po’, senza nulla togliere alla bravura di Micaela Ramazzotti che non può però replicare le sfumature vocali e recitative dell’originale.

Completano il cast, in ruoli minori ma comunque importanti per riuscire a comprendere l’evolversi del protagonista, Chris Pratt, collega e ammiratore di Theodore, e Olivia Wilde, donna fragile che vorrebbe qualcosa che Theodore non può darle.

Il film finisce con una perdita, in un certo senso inevitabile, ma con una ritrovata consapevolezza che aiuta sia Theodore che la sua amica Amy a vedere il mondo e a vedersi reciprocamente per la prima volta, riuscendo a tenere a bada la paura.

Spike Jonze, oltre alla regia, è autore del soggetto e della sceneggiatura e ha vinto un meritato Oscar nella categoria Miglior Sceneggiatura Originale agli Academy Awards appena passati.

“Her” è sicuramente un film che vale la pena di vedere e che non vi deluderà perché, in fondo, il vero atto di coraggio è Vivere.

#BESOCIAL