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Arriva nelle sale italiane il prossimo venerdì 24 agosto il film italiano “Tutti i rumori del mare“, un esperimento senz’altro interessante, anche se forse troppo ermetico, del regista Federico Brugia, con anche due particolari camei che non rientrano troppo nella trama: Rocco Siffredi e la moglie del regista, Malika Ayane, che ha scritto anche la canzone dei titoli di coda. Ma passiamo alla trama del film e la nostra recensione. Il protagonista del film non ha nome, è un criminale apparentemente senza passato e  senza emozioni, si fa chiamare solamente “X” e il suo lavoro consiste nel trasportare in Italia ragazze belle e giovani cresciute negli orfanotrofi dell’Est Europa, da destinare alla prostituzione. L’unica emozione che fa trasparire, è il piacere per il denaro che gli dà la sua “professione” per la quale è conosciuto per efficienza e discrezione e quando gli viene affidato l’incarico di portare da Budapest in Italia, una giovane ragazza di nome Nora da avviare poi anche lei alla prostituzione, non si tira certo indietro. Il viaggio rappresenta per tutti e due l’occasione di guardare dentro se stessi e se la ragazza, dallo sguardo pulito ed innocente, è apparentemente inconsapevole di ciò che le accade tutto intorno, ma anche lei ha un passato molto misterioso e doloroso, dentro X ci sarà il ritorno dell’etica e comincerà anche ad affezionarsi alla giovane donna che deve portare in Italia. Quando poi gli viene chiesto di eliminarla con un colpo di pistola, riacquista tutta la sua umanità e si scontra con quelli che dall’assenza di identità traggono denaro e giovamento.

Il titolo di questo film “Tutti i rumori del mare” può trarre in inganno e può risultare curioso per una pellicola che è a metà fra il noir e l’esistenziale, anche perchè il mare appare solo nell’ultima sequenza e comunque ben poco centra con lo sviluppo della trama. L’immagine della locandina poi richiama alla memoria certe pellicole del regista Takeshi Kitano di qualche anno fa,  ma Federico Brugia, nonostante abbia alcuni punti in comune col regista giapponese, ha un procedimento tutto suo, anche se mostra una tendenza alla ostinata introspezione, che trova molti esempi sia nel cinema orientale che in quello europeo contemporaneo. Nel film di Brugia i prolungati silenzi sono fondamentali, così come il clima quasi rarefatto e le sospensioni, che servono a spezzare il procedere della vicenda, altrimenti troppo fluido, assieme ai flashback sapientemente dosati, che fanno solo intuire il passato dei due protagonisti. Federico Brugia è un regista di videoclip e spot e per il suo esordio nel cinema ha scelto un film non facile e certamente non adatto a tutti i tipi di pubblico, in cui certo l’azione non è una delle componenti principali, così come le ambizioni sociali sono solamente accennate; la parte predominante è l’introspezione della psiche fatta di sguardi e di silenzi in cui il cast e soprattutto Sebastiano Filocamo e Orsi Tòth, riesce a cimentarsi benissimo.

Anche i colori scelti, apparentemente slavati e i paesaggi tendenti tutti al grigio sono fatti apposta per comunicare tutto il disagio e l’oppressione nello spettatore, senza però andare mai a fondo dell’essenza: forse il limite di questo film sta proprio nella ricercata freddezza della narrazione, nel troppo ermetismo e nel gioco di sottrarre definizione ai protagonisti, che alla fine fanno apparire poco chiara e meccanica l’evoluzione del film. L’umanità che a poco a poco esce dal protagonista, è infatti solo fatta intravedere e anche la sua trasformazione non viene affatto spiegata; la pellicola è sicuramente un nuovo esperimento interessante, molto valido nella messa in scena e nell’idea originale, ma rimane decisamente troppo chiuso e a volte anche lacunario nella narrazione. Il nome di Federico Brugia è sicuramente da tenere d’occhio nel panorama dei giovani registi emergenti e il film merita la visione, almeno per l’originalità del tema trattato.

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