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La verità sta in cielo è un film incerto. Alcune scene girate più che bene. Alcune recitazioni (Scamarcio e Greta Scarano su tutti) particolarmente azzeccate. Ma, alla fine, ci si trova a domandarsi perché, invece che un film, non si sia fatto un documentario. Resoconti nei resoconti. Flashback nei flashback. Ci si inerpica su una costruzione di trama ardita, creando confusione e curando poco lo svolgimento cinematografico. Se, come detto, alcune recitazioni sono ineccepibili, quelle dei comprimari risultano scarsine. Si scambiano troppo spesso personaggi con persone e si fa fatica a capire cosa della ricostruzione sia reale e cosa no.

La verità sta in cielo – pretestuoso collage giornalistico

La verità sta in cielo tratta delle vicende, giudiziarie e non, legate alla sparizione di Emanuela Orlandi del 1983. Un evento connesso con le alte sfere del Vaticano e con i legami tra politica e mafia. Il pretesto per narrare la vicenda è la ricerca di una giornalista inglese (Maya Sansa). Tenta di ricostruire la storia di Emanuela attraverso le interviste e la collaborazione con una giornalista italiana (Valentina Lodovini). Da qui, è narrazione della vita del malavitoso De Pedis (Riccardo Scamarcio), fautore del rapimento, a partire dalle confessioni della sua ex ragazza Sabrina (Greta Scarano). Spaccati di politica e cronaca, filmati del tempo. In mezzo, ricerche e interviste della Sansa. Tra battute facilone sull’italianità (messe in bocca a un’inglese suonano più vere?) e buoni sguardi registici, la giornalista va incontro a un muro di omertà e false piste.

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Verso la fine la storia s’assesta e si ha più l’impressione di vedere un film. Insieme con la protagonista, ci troviamo a investigare su un entourage di loschi burattinai senza nome. Ma insabbiamenti e menzogne ci sbarrano qualunque strada. Con la giusta amarezza ci troviamo alla fine di fronte all’impossibilità di sapere dove sia la verità. Troppe piste, troppe ragioni. Troppe domande.

Per concludere…

Il film lascia alla fine un buon senso d’ineluttabilità. Il senso d’impotenza che si ha di fronte ai grandi Misteri Italiani. Ma non lo affronta sin dal principio nel modo giusto. Troppo a metà tra ricostruzione documentaristica e narrazione cinematografica, non riesce a fondere le due istanze. Lascia che eventi e parole parlino da sé, senza cercare un filo che ne faccia scaturire una storia. Il pretesto risulta debole e il tessuto narrativo troppo slegato dall’oggetto d’indagine. È evidente – troppo evidente – che ciò che sta a cuore al regista Roberto Faenza è solo la Storia con la esse maiuscola.

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