“La Bella e la Bestia” recensione: 2014 VS. 1991

La Bella E La Bestia, recensioneChristophe Gans propone una versione live-action della fiaba “La bella e la bestia“, che sembra avere un discreto successo, uscita nelle sale italiane il 27 febbraio 2014. Il regista francese, famoso anche per l’adattamento cinematografico dal videogioco omonimo “Silent Hill” del 2006, propone una versione molto più simile alla fiaba popolare di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont che non al più famoso adattamento cinematografico animato della Disney.

Belle, infatti, ha due sorelle molto simili, in realtà, a quelle di un’altra principessa fiabesca: Cenerentola. Le due sorelle, abbastanza scontrose e acidule con la protagonista, aprono il discorso sulla bellezza femminile. Le donne devono, a detta della cultura popolare (anche contemporanea), essere belle. È una condizione innata, proprio perché è insito nella natura meccanica sessuale e quindi anche in quella visiva, dell’apparenza, che: “Gli uomini guardano, le donne guardano se stesse essere guardate” (Laura Mulvey, “Piacere visivo e cinema narrativo”). Le due sorelle sono concentrate sugli abiti, sul trucco, sul parrucco, seppur non trovando un riscontro amoroso della controparte maschile (rimangono sole fino alla fine del film, a differenza di Belle). In contrapposizione abbiamo Belle, che nella seconda parte del film si sacrificherà per salvare il padre e dedicarsi alla bestia. Ritroviamo nel film, come nella versione della de Beaumont, due sorelle antagoniste, invidiose e materialiste che sostituiscono un Gaston inesistente.

La Bella e la Bestia

La situazione famigliare all’interno del film è esplicitamente edipica: le figlie, soprattutto Belle, sono innamorate del padre, attraverso rapporti incestuosi e venosi.
Inoltre, all’interno del lungometraggio ritroviamo anche un fratello, mai comparso nella pellicola Disney, né tantomeno nella versione letteraria.

Altro fatto molto importante è la totale regressione intellettiva della protagonista del film, impersonata dall’attrice francese Léa Seydoux. Mentre nella versione disneyana Belle è una fanciulla intellettualoide, informata, lettrice e interessata al mondo della cultura, all’interno di quest’ultima versione cinematografica diventa una semplice serva. Incarna ancor maggiormente, rispetto alla versione del 1991, il “complesso di Cenerentola”, concetto analizzato da Colette Dowling nell’omonimo libro del 1981.
Il complesso psicologico citato, altro non è che una condizione femminile in cui la donna desidera legarsi a un uomo, in un rapporto di dipendenza coniugale secondo i modelli tradizionali (appunto, quelli di Cenerentola e molte altre principesse), per la paura esplicita o implicita di “restare sola”.

Oltre queste sostanziali differenze rispetto alla versione letteraria e alla versione cinematografica animata più famosa (quella di Disney), il film sviluppa temporalità diverse e risulta essere un ottimo allenamento di giochi, rimandi, specchi e deja-vù.
Il regista lavora su temporalità molto complesse. L’apparente extra-eterodiegesi (il tempo della diegesi è esterno ai fatti narrati e diverso dal tempo in cui viene narrato) risulta poi, sul finire del film, essere un’intra-eterodiegesi nonché flash-forward, lasciando perplessi anche gli spettatori più attenti. Il film, inoltre, possiede una temporalità intra-eterodiegetica sotto forma di ricordo (flash-back) e una temporalità nel tempo presente, cioè intra-omodiegesi.
Il complesso gioco su cui s’instaurano i vari filoni narrativi finisce per svanire nella mente di chi lo guarda con bizzarri, se non negativi, effetti di dispersione nella sala cinematografica.

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