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Si va al cinema dopo aver visto un trailer particolare, che intriga e incuriosisce, e quello di Gravity è uno di quei trailer.

Quello che non ci si aspetta, però, è un film coinvolgente, un film intimo, uno studio sulla persona e sulla crescita di una persona (una sorta di “romanzo della formazione”, come dicevano gli insegnanti di lettere, ma sotto forma di immagini). Gravity è un film particolare: da incredibili effetti speciali, ci si aspetta ormai spesso un film che sia semplicemente un blockbuster. E invece non è così.

La dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock) è un’esperta ingegnere biomedico che affronta per la prima volta una missione nello spazio. Assieme a lei sullo Space Shuttle l’astronauta Matt Kowalsky (George Clooney), il quale andrà in pensione al rientro da questa che sarà la sua ultima missione. Durante una passeggiata all’esterno dello Shuttle, vengono colpiti da detriti di un satellite che distruggono la navetta spaziale lasciando i due da soli, alla deriva nello spazio.

Ci si aspetterebbe una comune lotta a due per sopravvivere, ma non è esattamente così: Ryan è una donna ferita, con un passato doloroso alle spalle, e la convinzione di non avere più nulla per cui lottare. Matt, che ha tutto per cui lottare, sa insegnarle a farlo. Sa prenderla per mano e mostrarle le tappe di una rinascita psicologica prima e fisica poi, sullo sfondo di effetti speciali che ci regalano immagini tridimensionali della Terra, immagini che fanno sognare.

Alfonso Cuarón è alla regia di un titolo visionario e intimo, e la fotografia di Emmanuel Lubezki regala fotogrammi incredibili. Uno su tutti, la “rinascita” di Ryan, che raggiunge la Stazione Spaziale Internazionale, si toglie la tuta e rimane in una galleggiante posizione fetale, senza forza di gravità a tenerla ferma. Si rannicchia, riprende a respirare, rinasce alla sua ritrovata voglia di lottare per vivere, e non solo sopravvivere.

Sandra Bullock domina lo schermo. Reggere un film quasi interamente da sola non è mai una cosa facile, e per lo spettatore è quasi strano immaginarla in titoli che siano diversi dalle commedie più classiche. Invece è una piacevolissima sorpresa, perché subiamo la sua medesima angoscia, i suoi timori, vediamo attraverso i suoi occhi (Cuarón sceglie di darci piuttosto spesso il punto di vista in prima persona del protagonista, anche all’interno del casco della tuta spaziale, attraverso il quale abbiamo uno spazio di visione limitato e appannato dal respiro che sa di ansia e paura) e piangiamo sulle sue stesse guance.

Gravity non è un film semplice, non è un film leggero da vedere per caso. O va visto per caso e scoperto come un qualcosa di raro e incredibile, a metà tra il blockbuster e il film d’autore, ma che ci prende per mano e ci porta nel silenzio dello spazio infinito.

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