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Locandina Babycall

Il 31 agosto esce nelle sale italiane il controverso “Babycall“, film a metà tra il thriller psicologico e l’horror fatto in casa; controverso perchè le opinioni riguardo il film sono molto contrastanti e il film non è piaciuto a molti e la regia di Pal Sletaune non ha per niente convinto. Dopo infatti essersi fatto conoscere a livello internazionale con la commedia nera “Budbringeren” il norvegese Pal Sletaune aveva saputo creare un buon thriller con “Naboer”, quindi ha deciso di continuare su questa strada, ambientando però la storia in Norvegia, terra nota per l’altissimo numero di suicidi, dovuti forse alla lunga notte che dura sei mesi, che mette a dura prova i nervi della gente. Se non fosse per l’intensa interpretazione di Noomi Rapace, che proprio non vuol saperne di interpretare ruoli simpatici e divertenti, potremmo dire tranquillamente che il film non vale nemmeno la pena di una visione, ma vediamo la trama e la nostra recensione. Anna (Noomi Rapace) è riuscita a rifugiarsi con il figlio Anders di 8 anni, grazie all’aiuto dell’assistenza sociale, in un enorme casermone nei sobborghi di Oslo, per sfuggire all’ex marito violento, che oltre a picchiarla, ha anche tentato di uccidere il bambino. Madre e figlio devono recuperare il loro equilibrio mentale, hanno molta difficoltà a fidarsi del prossimo e a relazionarsi con gli altri e soprattutto Anna vive in uno stato di ansia e confusione perenni. La donna è diventata una madre iperprotettiva, che non riesce a perdere di vista solo un attimo suo figlio e che resta ad aspettarlo per tutto il tempo fuori da scuola e arriva addirittura a comprare un babycall da tenere nella sua camera da letto; uno di quei dispositivi senza filo che le giovani mamme usano per tenere sotto controllo il sonno dei neonati.

Ad un certo punto i due conoscono sull’autobus un commesso di nome Helge (Kristoffer Joner) che sembra voler accompagnarli nella loro ricerca di una normalità, ma di notte strani gemiti e urla cominciano a saltar fuori dal babycall e Anders inizia a vedere uno strano bambino. Anna si convince che ci sia un bambino nell’enorme condominio che subisce violenza e che il suo babycall faccia interferenza con quello di Anders, quindi si mette alla ricerca del presunto molestatore, ma scoprirà verità ancora più terribili del più terribile dei maltrattamenti. La trama prometterebbe bene e i primi minuti, con atmosfere inquietanti e raggelanti, convincono persino lo spettatore ad andare avanti, ma più scorre il film, più si intravvedono le lacune di una sceneggiatura, che come un cuoco inesperto, sembra aver preso gli ingredienti senza mescolarli assieme. Il regista voleva creare un film dove l’impossibilità di distinguere la realtà passasse direttamente dallo sguardo della protagonista a quello dello spettatore, cercando di confondere e spiazzare, mischiando le carte, sovrapponendo del soprannaturale alla sola percezione.

E continua su questo piano in un modo talmente ossessivo da mettere in risalto una messa in scena veramente “imbarazzante” e il tutto viene anche gestito con molta faciloneria per quanto riguarda la narrativa. Come dicevamo all’inizio la sceneggiatura andrebbe additata in una scuola di cinema come una cosa da non fare assolutamente, perchè insieme alla regia è priva di consistenza e di imprevedibilità. La noia e l’incredulità prevalgono e il film si regge solamente sul personaggio interpretato molto intensamente da Noomi Rapace, sempre più brava e credibile in questi ruoli; ossessionata dal ritorno dell’ex marito e smaniosa di controllo sul proprio figlio, Anna in realtà vive una vita che non è ciò che sembra ed è portatrice di una pazzia latente che solo alla fine scopriremo. Proprio alla fine, giusto negli ultimi 5 minuti, il film sembra avere un sussulto con qualche colpo di scena ben piazzato; colpi di scena non certo originali, si intende, ma collocati al momento giusto, che rimettono in gioco il rapporto tra realtà ed illusione. In definitiva “Babycall” risulta un film sbilenco ed irregolare e non mi sento di consigliarne la visione.

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