the wolfpack-sundance film festival“Troppi film, troppo poco tempo!” Sicuramente questa frase è stata detta o quantomeno pensata da tutti quelli che come me, vorrebbero passare le loro giornate a vedere tutti, ma proprio tutti, i film del mondo. Svegliarsi la mattina e iniziare con un bel cult mentre si sorseggia del tè caldo, senza curarsi di ciò che accade fuori, perché il mondo che ti interessa si trova dentro casa tua; per passare poi gustandosi un piatto di pasta a un action-movie adrenalinico. E da buon cinefilo non vorrai mica privarti di un classicone di quattro lunghissime ma pur sempre appassionanti ore?! Continuare senza fine così per tutta la giornata o addirittura per più giorni, penso porterebbe psicosi e visioni paranormali da fare invidia anche ai peggiori allucinogeni, senza dimenticare una flessione violenta nella socialità di una generazione che di sociale, ahinoi, ha già ben poco, ma non vogliamo scadere qui in luoghi comuni.

Resterebbe comunque altissima la possibilità di confondere il reale con l’irreale, l’illusivo, neanche fossimo dentro un affresco barocco dei primi del seicento. Questa è di per sé una storia paradossale e irrealizzabile… molti di voi penseranno! Ecco, non è proprio così, perché basta spostarci nella grande mela, per trovare un storia non troppo lontana da questa, magistralmente raccontata da Crystal Moselle. La regista ha infatti presentato il documentario di nome The Wolfpack, all’81esima edizione del Sundance Film Festival. Il documentario è scioccante e quasi surreale per il tema trattato, e vede protagonisti sette ragazzi (fratelli e sorelle) rinchiusi per la maggior parte delle loro giornate in un appartamento di New York, con qualche sporadica uscita.

Ora, se la mia storia era frutto di un volere fantastico ma quantomeno personale, questa non lo è affatto. I ragazzi sono costretti a stare in casa per colpa delle regole di un papà severo e di una madre assente; i genitori, per paura del crimine nella città newyorkese, relegano i figli in casa, e qui, questi trovano come unico svago la visione continua di film, spesso horror o di Tarantino. La loro realtà è quindi fatta da ciò che vedono e sentono sullo schermo. Moselle riesce a raccontare una storia toccante che poteva sembrare lontana anni luce, almeno in una società avanzata culturalmente e libera, che si presume sia tale. Il grande tema della TV-babysitter è qui affrontato in una realtà ovviamente più estrema, ma capace di comprendere anche le soluzioni adottate da molti genitori tutti i giorni.

Di seguito, vi è in allegato il video-intervista in lingua inglese alla regista del documentario, tratto dal canale ufficiale del Sundance film Festival.

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