Il-successo-dei-titoli-di-testa-animati-altra-arte-del-cinema

Il-successo-dei-titoli-di-testa-animati-altra-arte-del-cinemaIl successo di un film, oltre alla trama, all’interpretazione dei personaggi da parte degli attori coinvolti, e alla bravura narrativo-tecnica del regista, può dipendere anche dall’impiego particolare dei titoli di testa, i quali, se caratterizzati da disegni animati, da immagini oniriche che catturano lo sguardo dello spettatore, o semplicemente da un video musicale dalle spettacolari sequenze in CGI, avranno la straordinaria capacità di arricchire l’opera artistica proiettata sul grande schermo. Alcuni di questi esempi   sono ormai ben radicati nella memoria di qualsiasi buon cinefilo che si rispetti, come l’introduzione de “La donna che visse due volte” (1958) di Sir Alfred Hitchcock, ad opera del grafico Saul Bass, abile nello stilizzare il senso di vertigine provato dal protagonista della storia, il grande James Stewart.

Successivamente, sempre a Bass, in collaborazione con Maurice Binder, va il merito di aver reso esteticamente innovativa sia la saga di James Bond, con i titoli di “Agente 007 licenza di uccidere” (1962), sia il cartoon della pellicola comica di Stanley Kramer “Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo” (1963). A seguire,  non poteva mancare il genio creativo di Isadore “Friz” Freleng, che si occupò dei titoli de “La Pantera Rosa” (1963), spassosa commedia brillante del regista Blake Edwards, l’autodidatta italiano Iginio Lardani, che crea per Sergio Leone i titoli di “Per un pugno di dollari” (1964), Giulio Gianini ed Emanuele Luzzati per i film di Monicelli dedicati all’Armata Brancaleone, i cui titoli sono accompagnati dalla musica di Carlo Rustichelli, l’azienda grafica americana Kurtz & Friends per i titoli di “Four Rooms” (1995), film codiretto da Quentin Tarantino e la Kuntzel & Deygas per i virtuosistici titoli di testa di “Prova a prendermi” (2002) di Steven Spielberg, musicati dal compositore John Williams.

Infine, il nostro viaggio nei titoli di testa animati si conclude con i credits de “La fabbrica di cioccolato” (2005) di Tim Burton, prodotti dall’Asylum FX su colonna sonora di Danny Elfman, e quelli del thriller “Millennium – Uomini che odiano le donne (The Girl With The Dragon Tattoo)” (2012) di David Fincher, dati dal ricercato stile visivo di Tim Miller su musica di Trent Reznor, che reinterpreta il celeberrimo brano dei Led Zeppelin “Immigrant Song“. Qui sotto eccovi proposti alcuni dei video di cui vi ho parlato:

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