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Il cinema che non conosci: grandi autori semisconosciuti

Il titolo vi potrà apparire presuntuoso e prima che iniziate a leggerlo voglio assolutamente chiarire che non intendo insinuare che la vostra esperienza cinematografica sia scarsa. L’articolo ha unicamente uno scopo didattico e divulgativo che analizza tutti quegli autori provenienti dagli angoli del mondo più disparati che ingiustamente per la loro localizzazione non vengono promossi dal cinema odierno. Ci saranno coloro che amano indagare i vari linguaggi mondiali del cinema che sanno a menadito ognuno dei nomi che verranno citati, altri che sentiranno familiari certi e altri ancora che non ne conosceranno nemmeno uno. Allo stesso tempo non ho intenzione di demoralizzare nessuno, ma solo di invogliarlo ad approfondire gli autori nominati, perché la loro importanza è pur sempre relativa dato che il cinema purtroppo lo guida chi fa anche successo. Dopo questa breve prefazione possiamo iniziare:

Ogni paese, ha il proprio linguaggio cinematografico e per questo ogni nazione dovrebbe esser approfondita. Anche i paesi più poveri al mondo celebrano e conservano gelosamente i propri “Fellini”. Potrei parlare di nazioni come l’Angola, nemmeno citata dai telegiornali per gli eventi di cronaca, che a nostra insaputa possiede un patrimonio di cinema  politico riverito in tutta Africa ma non posso parlarne perché non lo conosco, data appunto l’inesistente distribuzione nell’intero occidente.

La Primavera Araba nel Nord Africa ha smosso gli animi verso una rivoluzione culturale e specialmente politica, il cinema ne è stato fortemente influenzato. Il primo autore che tratteremo è un uomo che ha saputo proporre un’alternativa alle due animazioni monopolistiche mondiali. Da un lato gli Stati Uniti, da Walt Disney in poi, con l’animazione mirata alla prima giovinezza, dall’altro invece la sempre più potente animazione giapponese diretta a un pubblico adolescenziale, eccetto rari casi. Ecco che Ari Folman ci propone una lettura adulta, crudelmente realistica e malinconica dell’animazione, forse suggerita dalla sperimentale animazione in rotoscope di A Scanner Darkly (2006) di Richard Linklate. Se Hayao Miyazaki si è distinto per l’innocenza e la purezza dei propri personaggi, Ari Folman racconta di uomini e donne privati della propria dignità e dell’onore. Valzer con Bashir del 2008 è stato solo un assaggio delle capacità registiche di Ari Folman, un angosciante affresco della Guerra del Libano. Infatti Ari Folman si è riproposto nel 2013 con l’originale The Congress affermando nuovamente il proprio stile.

Altro esempio proveniente dal clima fertile arabo è Elia Suleiman, un regista palestinese dove sulla propria filmografia si può tracciare uno sviluppo progressivo. Non è certamente uno di quei registi, come Ari Folman, che già agli esordi della propria carriera si distingue immediatamente come artista. Elia Suleiman è divenuto un regista rinomato grazie a un lungo percorso progressivo che lo ha portato ad essere uno dei massimi esponenti del cinema palestinese solo negli ultimi anni, superandosi ad ogni suo nuovo lungometraggio. Dopo l’originale ma non riuscito Cyber-Palestina (2000), Elia Suleiman recupera con Intervento Divino (2002) addirittura promosso alla candidatura all’Oscar che non otterrà causa la propria patria, non considerata tecnicamente uno stato. Con Il Tempo che ci Rimane (2009), l’artista è formato. Nel 2012, Elia Suleiman, con il film collettivo 7 Days in Havana ha la possibilità di confrontarsi con altri autori. Senza difficoltà, il corto del regista palestinese, Diary of a Beginner, spicca tra tutti, con una magnifica interpretazione umoristica di se stesso da parte dell’autore. A dominare l’odierna regia impeccabile di Elia Suleiman è una fotografia perfetta, lo sguardo dello spettatore danza in una complessa struttura geometrica di forme, linee e giochi di prospettiva, senza mai rompere l’equilibrio dell’immagine.

Dal punto di vista cinematografico la Primavera Araba non è l’unico moto rivoluzionario concatenato, se ci spostiamo in estremo oriente potremmo chiamare Primavera d’Oriente il nuovo interesse verso la settima arte che mano a mano si sta espandendo nei paesi confinanti da quelli già attivi. Sotto una sempre maggiore attenzione da parte dell’occidente per le pellicole nipponiche e cinesi, l’avanguardia cinematografica dell’ultimo decennio è stata guidata dalla Corea del Sud, motivando a una maggiore produzione i paesi già attivi e anche quelli sottovalutati come la Thailandia. Ma sarebbe ancora troppo presto per parlare dei nuovi esponenti di quest’ultima nazione, realmente attiva solo da pochissimi anni. Uno dei fulcri principali della “Primavera d’Oriente” è certamente il Giappone che con il suo patrimonio cinematografico ha garantito alla vicina Corea del Sud un appoggio culturale non indifferente sia nel suo primo periodo d’oro degli anni ’50 e ’60 che al suo odierno risveglio.

Quando parliamo di storia del cinema Giapponese l’unico nome che ci sorge in mente è quello di Akira Kurosawa. Premiato agli Oscar  ben tre volte è forse proprio per questo che il suo nome lo pronunciamo così bene. Per quanto apprezzi  il maestro del cinema nipponico, dobbiamo ammettere che Akira Kurosawa ha oscurato giganti non minori al regista tanto acclamato. Yasujiro Ozu, nonché uno degli artisti irrazionalmente più sottovalutati e sconosciuti della storia del cinema, tanto che molti dei suoi film non sono nemmeno stati pubblicati sottotitolati in lingua inglese. Forse sono proprio le tematiche preferite dal maestro, comprensibili pienamente solo da un giapponese, a renderlo difficilmente apprezzabile ad un’occidentale. La filmografia di Yasujiro Ozu si concentra sulla tematica del dualismo perennemente in conflitto, antico e moderno. L’Europa ha avuto uno sviluppo regolare, al contrario il Giappone con l’apertura dei mercati alla fine del XIX secolo ha subito una traumatica evoluzione sociale e politica. Tra il 1930 e l’inizio del 1960 Yasujiro Ozu racconta dell’incomunicabilità che si era creata tra le generazioni tradizionalista e quella moderna in capolavori come Viaggio a Tokyo (1953) e Il Gusto del Saké (1962).

Con una ricerca più mistica e radicale Shohei Imamura affronta le stesse tematiche del maestro Yasujiro Ozu, da qualche anno deceduto, con Il Profondo Desiderio degli Dei (1968). Se Yasujiro Ozu aveva iniziato direttamente al cinema un giovane e inesperto Shohei Imamura, Akira Kurosawa era il maestro indiretto a cui si ispirava da quando rimase folgorato dalla visione di Rashomon (1950). Con una vita alle spalle pienamente vissuta il giovane regista si esprime violentemente e senza pudore, a discapito degli interessi delle case di produzione e del pubblico. La spontaneità apparentemente irrazionale del regista cela in realtà un uomo saggio, istruito da i due maggiori maestri cinematografici giapponesi. Non a caso l’esponente più rilevante nipponico dei giorni nostri, Takashi Miike, è stato allievo e collaboratore di Shohei Immamura.

Quattro artisti non celebri ma meritevoli di esser approfonditi.

A cura di Paolo Rovatti.

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