The-Bad-Batch-recensioneDue anni fa, Ana Lily Amirpour debuttò con l’apprezzato A Girl Walks Home Alone at Night, descritto come “il primo western iraniano con vampiri”. Oggi, la regista di origini iraniane, nata in in Inghilterra ma presto trasferitasi negli Stati Uniti, porta in concorso a Venezia 73 il post-apocalittico The Bad Batch.

La premessa è, come da copione più tradizionale, quella di un desertico mondo allo sfacelo in cui vivono i reietti della società, costretti alle azioni più barbare per sopravvivere. Gettata in questa realtà per un crimine sconosciuto, la nostra eroina (Suki Waterhouse) si inizia il suo cammino per raggiungere Comfort, un’oasi corrotta in cui sono radunati molti scarti del genere umano, il cosiddetto Lotto Cattivo; appena mossi i primi passi, la ragazza incontrerà tuttavia una comunità di cannibali che in lei vedono l’ennesimo pasto giornaliero.

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Non si può dire che il secondo lavoro della Amirpour manchi di fascino: in una commistione di generi, in cui è facile ritrovare anche i temi del western, The Bad Batch rapisce inizialmente per il suo voler essere provocante, esplicito, bizzarro. In questo universo in cui, letteralmente, canis canem edit, vediamo collidere personaggi astrusi, come il palestrato Jason Momoa, pronto a uccidere senza remore ma amorevole verso la figlia e dotato di spiccato talento artistico, o il barbone Jim Carrey, lontano dalle comunità nel deserto e dalle loro regole ma più di una volta angelo custode per i protagonisti.

Sfortunatamente, l’attrazione iniziale va dissolvendosi man mano che il film presenta spunti e contesti destinati a rimanere semplici germogli. I personaggi non godono di un giusto approfondimento, le loro relazioni si fermano alla superficie e anche gli aspetti più interessanti, come il tentativo di questa umanità di riconquistare una propria normalità, sono gettati in pasto allo spettatore trovando una conclusione incerta.

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È dunque spontaneo un pizzico di delusione, soprattutto con delle premesse tanto accattivanti. Ana Lily Amirpour racconta la parabola di queste anime perdute alla ricerca del loro Sogno, di una nuova vita, ritraendoli continuamente in movimento all’interno di larghi campi in cui sono soggiogati dagli spazi negativi offerti dall’ambientazione desertica. L’idea di una civiltà che tenta di ereggersi sulle ceneri della precedente, ripetendone però in gran parte gli stessi errori, è una base classica quanto solida su cui costruire, soprattutto se a lavorarci è una regista presentatasi con un’opera prima ricca di stile. Stavolta, però, le intenzioni della Amirpour non riescono a schiudersi interamente, lasciando una sensazione di incompiutezza; come se la regista aggiungesse un puntino sempre nuovo al proprio disegno, forse ben delineato nella sua testa ma discontinuo e solo accennato una volta proiettato sullo schermo.

The Bad Batch è in concorso a Venezia 73.

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