recensione good kill

Una nuova visione per il cinema, conosciuta invece da anni nel mondo dell’aeronautica: il drone da combattimento.

Questi micro elicotteri a quattro eliche permetto di essere telecomandati a distanza, anche da Las Vegas. Questa è la vicenda di Tommy ( Ethan Hawke), maggiore, ex pilota che lavora in un piccolo bunker, da cui appunto , combatte una guerra silenziosa e invisibile contro i talebani.

Nelle dodici ore giornaliere, si comincia a mettere in discussione la vita, e viene mostrata la paura delle future guerre, fatte di combattimenti ingiusti e per nulla etici. Un film che racconta l’etica appunto, di persone spiate e bombardate dall’altra parte del mondo.

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La telecamera è spesso sotto forma di mirino, quello usato per l’armamentario esplosivo, e da questo punto di vista spiamo insieme al protagonista quello che accade, dalla normale vita di una donna e il suo continuo stupro, agli omicidi e gli attacchi, la persona malvagia non esiste.  Uccidere attraverso un joystick, ” questa non è una playstation” esclama il colonnello ( Bruce Greenwood ) ” i droni non avranno futuro, anche se ora sono più richiesti dei jet”. Un futuro già avverato dato che il film è ambientato nel 2010 è basato su fatti reali.

Realtà che non si e mai curate degli innocenti coinvolti, e dalla pellicola traspare il completo pathos: delineante lo stress e la follia che porterà il protagonista a voler dimettersi.

Las Vegas si farà specchio di questa crisi, della riflessione e dell’evoluzione psicologica di Tommy, un ritmo incalzante che porta all’immobile suspense del bunker di lavoro, collocato nel deserto americano, dove la sabbia rispecchierà  le terre bruciate del Pakistan.

Diretto da Andrew Niccol. Un vero talento dalla Nuova Zelanda ( sceneggiatore di The Truman Show, The Terminal ) ,  film in concorso alla 71esima mostra del cinema.

#BESOCIAL