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Una cena tra amici può essere il giusto espediente narrativo per un buon film.

Il rischio che si corre però è quello di rimanere intrappolati in un provincialismo che non esige nulla di drammaturgico. Il positivo senso dell’errore che si scaturisce dal senso di colpa di una vita banale, rende però il tutto pepato da una quasi deontologica voglia di risarcimento emotivo.

E sembra assurdo ma, proprio la leggera occasione di una riunione conviviale di sette amici, riesce, nel film di Paolo Genovese, già conosciuto per Immaturi e per Tutta colpa di Freud, a incorporare un esito tutt’altro che favolistico, in una trama dal tono brillante e autenticamente divertente.

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La scena si svolge a casa di due dei protagonisti : Eva (Kasia Smutniak) e Rocco (Marco Giallini) genitori di una figlia in pieno scontro adolescenziale. Ribelle con la madre, psicoterapeuta e folle d’amore per il padre, chirurgo estetico. La cena è organizzata per conoscere una certa Lucilla (poi scopriremo assente giustificata) la nuova fidanzata di Peppe (Beppe Battiston), lo sfortunato professore di ginnastica sovrappeso appena uscito da un divorzio e da un licenziamento.

Con lui ci saranno Lele (Valerio Mastandrea) con la moglie Camilla (Anna Foglietta), la cui vita matrimoniale è in crisi per un non subito precisato motivo; e i novelli sposi Cosimo (Edoardo Leo), tassista dalle mille e fallimentari idee imprenditoriali e Bianca la dolce e ingenua veterinaria (Alba Rohrwacher).

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Amici da una vita, i sette protagonisti decidono a un certo punto della cena, di provare a vedere cosa succederebbe se si rendessero “pubblici” (almeno tra di loro e per quella sera) i messaggi, le chiamate, le mail e tutto ciò che arriva sullo smartphone di ognuno di loro, la “scatola nera” moderna che accoglie e raccoglie tutti i più infimi e intimi segreti personali.

L’idea è centrata e acuta e riesce a non essere banalizzata da una facile ironia grottesca e prosaica, facile tentazione e arma a doppio taglio della più recente commedia nostrana. La teatralità dell’azione è resa dinamica dalla successione di eventi e colpi di scena che fanno sussultare lo spettatore insieme ai personaggi stessi, non appena arriva uno squillo di uno dei cellulari poggiati al centro della tavola imbandita.

Si cambia idea e giudizio su ognuno di loro, dopo quasi ogni scena, senza perdere l’affezione per il gruppo nella sua totalità che, fin da subito, appare come un contingente domestico familiare e accomodante seppur non del tutto indenne da una certa esecrabilità morale; cosa che però non preclude allo spettatore di proiettarsi in tutti o almeno in una parte di ogni personaggio.

E se è vero che ognuno di noi ha tre vite:una pubblica, una privata e una segreta, allora Perfetti Sconosciuti rende merito alla citazione di Gabriel Garcia Marquez, indovinando come il mondo personale di ognuno di noi possa cambiare con un piccolissimo gesto apparentemente trascurabile.

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