Jersey Boys – Recensione

Recensione di Jersey Boys

Trasporre un musical al cinema è una scommessa enorme, poiché si tratta di prendere un genere teatrale solitamente indirizzato a un pubblico specifico, capace di accettare il mondo in cui si sta immergendo come un universo in cui i personaggi portano spesso avanti la storia ballando e cantando, e offrirlo al grande pubblico.

Seppur tratto da uno degli spettacoli teatrali più famosi degli ultimi tempi, attivo ormai da quasi dieci anni e trionfatore ai Tony Awards del 2006, Jersey Boys è dunque un progetto audace, che mostra a tutti la vera storia dei The Four Seasons, gruppo rock formatosi agli albori degli anni ’60 e tra i più influenti del secolo scorso.

Come accennato prima, far accettare tale genere a un pubblico che oggi è più che mai generalista, non è cosa da poco e temeraria appare anche la scelta del regista: affidato nelle fasi primordiali all’esplosivo Jon Favreau (regista dei primi due “Iron-Man”), il progetto è infatti giunto infine nelle mani del buon Clint Eastwood.

Eastwood si è sempre dichiarato un grande appassionato di musica, come dimostrato in molti suoi film in cui ha contribuito alla colonna sonora, ma ha confessato spesso di essere più un tipo da jazz e, solitamente artefice di una narrazione di ampio respiro nelle proprie pellicole, il musical non rappresenta, almeno istintivamente, un genere che si accosterebbe al regista californiano.

Eastwood dimostra tuttavia di avere ben chiaro in mente cosa occorre per costruire una pellicola capace di intrattenere e di saper gestire la presenza costante della musica, seguendo la sceneggiatura di Marshall BrickmanRick Elice, autori anche del libretto musicale dello spettacolo. C’è da dire a riguardo, che trattandosi della biografia, in un certo qual senso, di un gruppo musicale, anche per i più scettici nei confronti del genere, le canzoni sono perfettamente amalgamate nella storia e non si tratta dunque di dover accettare che delle persone, magari fino a quel momento mai incontratesi, inizino a narrare la propria vita su delle note musicali; a scandire la narrazione sono essenzialmente le hit della band cantate durante i vari concerti e, catalogandosi in quello che si definisce un jukebox musical, tutto il resto della storia è raccontato come un film tradizionale. È altrettanto vero, tuttavia, che il godimento del film potrebbe essere minato da una poca affinità da parte dello spettatore per una musica come quella dei The Four Seasons; Eastwood, ancora una volta, comprende che ha bisogno di un espediente per mantenere viva l’attenzione dello spettatore e, a tale scopo, pesca a piene mani dal musical originale, utilizzando gli stessi protagonisti come narratori della vicenda e facendoli dialogare direttamente con il pubblico, andando a infrangere la quarta parete.

A questo proposito, è giusto soffermarsi sul cast, che per gran parte è stato direttamente selezionato dallo spettacolo teatrale: John Lloyd Young interpreta il frontman Frankie Valli (la cui performance teatrale gli è valsa un Tony Award), Erich Bergen è Bob Gaudio, autore della maggior parte dei successi della band (alcuni dei quali scritti con il produttore discografico Bob Crewe ai testi, qui interpretato da Mike Doyle); Michael Lomenda è il bassista Nick Massi, mentre Vincent Piazza (unico a non aver partecipato allo spettacolo e noto per il ruolo di Lucky Luciano nella serie TV “Boardwalk Empire”) è Tommy DeVito, mentore di Valli e chitarrista della band.

Recensione di Jersey Boys

Il lavoro di tutti gli interpreti è lodevole, dalle performance canore, per le quali hanno registrato i pezzi live durante le riprese, alla loro credibilità nei panni di giovani ragazzi di strada, provenienti dal New Jersey e spesso alle prese con piccoli crimini, che si ritrovano a fare i conti con le conseguenze della fama; tutti riescono a sostenere scene di grande drammaticità così come rendersi protagonisti di scambi ironici e spesso ilari, che rendono ancor più digeribile l’impostazione musical, complice anche una forte impronta dialettale, propria dei personaggi italo-americani, che funziona sempre, soprattutto sul pubblico del Bel Paese.

Concentrandoci sulle origini dei componenti dei The Four Seasons, ancora più azzeccata risulta la decisione di affidare il progetto a Eastwood; il regista 84enne si trova perfettamente a suo agio nel raccontare la vicenda di ragazzi apparentemente senza futuro, che riescono a trovare la propria strada e a fare della musica la loro svolta nella vita. Torna dunque il fil rouge della filmografia di Eastwood: la storia di personaggi dati per sconfitti al principio della storia per poi rivelarsi dei combattenti, in grado di affrontare le avversità e prendere il controllo del proprio destino e questo percorso viene altrettanto spesso guidato da una passione, qui rappresentata dal canto e altre volte comparsa nelle vesti del pugilato in “Million Dollar Baby” o del rugby in “Invictus – L’invincibile”. Seppure non perfetti, è dunque chiaro che Eastwood ammiri la forza d’animo di questi ragazzi e per questo preferisce dipingerne un ritratto senza giudicarli, ma semplicemente mostrandone la vita e le scelte, giuste o sbagliate che fossero, lasciando al pubblico trarre le dovute conclusioni. Dopotutto, raccontandoci gli eventi attraverso la quattro diverse voci dei protagonisti, è già chiaro fin da subito che, nonostante si tratti di fatti storici, alla fine dei conti “ognuno se la ricorda come gli fa più comodo” e allora, piuttosto che sentenziare, Eastwood capisce che il cuore del racconto è mostrare come quattro ragazzi abbiano trovato la loro àncora di salvezza nella musica, con i successi e i drammi che ne sono derivati.

La ricostruzione storica degli anni ’50-’70 è attenta nei costumi e nelle scenografie, rispettivamente affidate a Deborah Hopper, collaboratrice di Eastwood da 25 anni e nominata Costumista dell’Anno all’Hollywood Film Festival del 2008, e James J. Murakami, scenografo di alcuni dei lavori più recenti del regista, tra cui “Invictus”, “J. Edgar” e “Changeling” (per quest’ultimo nominato all’Oscar); il lavoro dei due permette di assaporare il gusto di quegli anni passati e accentua il tratto storico della pellicola. Ingiusto sarebbe, inoltre, non elogiare gli interpreti di contorno, tra cui primeggia un Christopher Walken in splendida forma nel ruolo del gangster Gyp DeCarlo, che si dimostrano tutti impeccabili nei ruoli assegnatigli e capaci di tenere testa alla sequenza finale, vero e proprio inno ai musical, in una sorta di saluto al pubblico, magistralmente coreografata da Sergio Trujillo, che si è anche occupato di limare l’abilità sul palco dei protagonisti, con cui ha studiato i passi da eseguire durante le varie performance.

Recensione di Jersey Boys

Jersey Boys si dimostra dunque una pellicola di grande intrattenimento, che brilla per le interpretazioni di un cast in grande spolvero e per una regia sapiente di Eastwood, che rivelatosi fan dei The Four Seasons, sembra realmente lasciarsi andare dietro le avventure dei protagonisti, permettendosi anche il lusso di un cameo “speciale”. La pellicola non soffre di eccessivi momenti di stasi, percepibili forse solo per una breve parentesi nella seconda metà del lungometraggio, quando si approcciano i 120 minuti di proiezione, minutaggio comunque necessario per ripercorrere un arco artistico che va dall’alba fino alla consacrazione nell’Olimpo delle star. I numerosi classici del gruppo, come “Sherrie”, “Walk Like a Man” e “Big Girls Don’t Cry”, impreziosiscono, anche per il loro continuo legame con la narrazione, un viaggio attraverso le gioie e i demoni di uno dei gruppi più famosi di tutti i tempi, ma costituiscono forse l’unico vero deterrente per coloro che proprio non riescono a digerire il genere; se riusciste tuttavia a mettere da parte un primo scetticismo nei suoi confronti, assistendo al film con l’ottica di scoprire la storia di quattro giovani, dei loro sogni e della loro lotta per trionfare nella vita, la pellicola saprà sicuramente affascinarvi.

Jersey Boys, prodotto da Warner Bros., GK Films e Malpaso, arriverà nelle nostre sale il 18 giugno. Frankie Valli e Bob Gaudio, componenti del gruppo, vestono anche i panni di produttori esecutivi. Clint Eastwood, nelle vesti di regista e produttore, dirige un cast di volti prevalentemente nuovi al grande schermo, tra cui John Lloyd YoungErich Bergen, Michael Lomenda e Vincent Piazza; insieme a loro anche Christopher Walken, Mike Doyle, Reneé Marino ed Erica Piccininni. 

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