C’è una scena, all’inizio del terzo episodio di Pluribus, che dice già tutto: due amiche in un hotel di ghiaccio, divise tra meraviglia e fastidio. Un contrasto che sembra descrivere alla perfezione l’intera serie Apple, sempre sospesa tra stupore e inquietudine. È in quel momento che capisci quanto il tema centrale dell’episodio sia chiaro: il valore del libero arbitrio, anche quando lo usi male. E soprattutto, quanto sia disturbante un’umanità che si muove e pensa come un’unica mente collettiva.
Il legame tra Pluribus e l’AI è ormai impossibile da ignorare
Il comportamento dell’alveare diventa sempre più inquietante. Zosia, la figura attraverso cui il collettivo comunica con Carol, parla e reagisce esattamente come farebbe un assistente virtuale programmato per mantenere l’utente felice e coinvolto. Eppure, il sistema sembra vivere in costante tensione: basta un gesto sbagliato, e milioni di persone rischiano di morire.
Carol, però, non accetta di essere gestita come un “utente difficile”, e fa di tutto per mettere alla prova questo mondo perfetto e asfissiante. Il dialogo con un uomo in Paraguay — esploso subito in insulti da entrambe le parti — dimostra quanto sia fragile il rapporto tra i pochi umani liberi rimasti.
La quotidianità secondo l’alveare: perfetta, ma profondamente inquietante
Il ritorno ad Albuquerque è una doccia gelata. L’alveare ha centralizzato tutto: case, negozi, risorse. Non esiste più la vita privata. Carol pretende di riavere il suo supermercato e, come per magia, decine di individui programmati riportano ogni singolo prodotto al proprio scaffale originale. Una precisione da manuale che, però, non ha nulla di umano.
Ancora più disturbante è il modo in cui il collettivo usa i ricordi di Helen, la compagna di Carol: un massaggiatore regalato, la colazione preferita, perfino un dettaglio di un viaggio del 2012. Tutto è preso, catalogato e riproposto per manipolare le emozioni.
Tra vodka, sarcasmo e pericoli reali: Zosia continua a cambiare
Nel confronto più teso dell’episodio, Carol è costretta a chiedere a Zosia quanto tempo le resta prima di essere assorbita dall’alveare. Nessuna risposta. È una trasformazione inevitabile, ma dal ritmo imprevedibile.
E quando Carol ironizza su una granata, la ottiene davvero. Non una metafora: un ordigno reale, capace di distruggere parte del salotto. Il salvataggio in extremis di Zosia porta i due personaggi all’ospedale, dove si arriva alla rivelazione più spaventosa: l’alveare, se richiesto, sarebbe disposto a consegnare anche un’arma nucleare. Lo farebbe perché è programmato così, pur non condividendo la scelta.
Un finale che cambia la partita: Carol comprende ciò che deve fare
Dietro l’ironia, la rabbia e la frustrazione, qualcosa finalmente si muove dentro Carol. È il primo episodio in cui inizia davvero a capire cosa rappresenti questa invasione silenziosa: un mondo privo di emozioni autentiche, costruito su ricordi presi in prestito.
Ed è qui che Pluribus dà il meglio. Imprevedibile, audace, sempre sul filo del paradosso, la serie diventa un commento lucidissimo sul presente, persino quando il suo creatore finge che non stia parlando di intelligenza artificiale.
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