Samuele Carrino, Carlo Acutis gli ha cambiato lo sguardo: «Interpretarlo mi ha avvicinato alla fede»

Samuele Carrino racconta l’esperienza di interpretare Carlo Acutis in Il mio nome è Carlo: dalla fede alla scena più difficile sul set.

Locandina di Samuele Carrino, Carlo Acutis gli ha cambiato lo sguardo: «Interpretarlo mi ha avvicinato alla fede»
© Rai

A 16 anni l’attore ha vestito i panni del giovane santo nel film TV Il mio nome è Carlo. Un’esperienza che, racconta, gli ha lasciato qualcosa anche lontano dal set.

Interpretare una persona realmente esistita significa confrontarsi con una responsabilità particolare. Se quella persona è anche un santo, il peso del ruolo può diventare ancora più grande. Samuele Carrino lo ha scoperto durante le riprese di Il mio nome è Carlo, il film TV di Giacomo Campiotti dedicato a Carlo Acutis.

Samuele Carrino è Carlo Acutis

L’attore leccese, 16 anni, è il volto di Carlo nella parte ambientata durante l’adolescenza. Il film è andato in onda domenica 27 settembre su Canale 5 ed è disponibile anche su Mediaset Infinity. La storia attraversa tre momenti della vita di Acutis, dai sei ai quindici anni, concentrandosi sul rapporto tra quotidianità, tecnologia, amicizia e fede.

Per Carrino, però, il progetto non si è fermato alla recitazione. Il confronto con Carlo ha avuto conseguenze anche sul suo modo di vivere la propria spiritualità. Il racconto nell'intervista integrale a Il Messaggero.

«Sono sempre stato credente, ma ora ho una consapevolezza diversa»

Carrino non ha mai nascosto di essere una persona credente. Proprio questa dimensione personale lo ha aiutato ad avvicinarsi al personaggio, ma il percorso fatto durante le riprese gli ha permesso di approfondire ulteriormente il rapporto con la fede.

«Sono una persona di fede, credo in Dio. Questo mi ha aiutato molto. Fare il film mi ha avvicinato tantissimo alla fede», ha raccontato parlando dell’esperienza.

L’attore ha spiegato di aver iniziato a ritagliarsi anche piccoli momenti personali durante le giornate di lavoro. Quando gli impegni sul set non gli permettono di andare in chiesa, ha raccontato, può comunque trovare qualche minuto per parlare con Dio.

È uno degli aspetti più personali emersi dalle sue interviste e mostra quanto il ruolo sia andato oltre la semplice preparazione di un personaggio.

La madre di Carlo ha riconosciuto qualcosa nel giovane attore

C’è poi un episodio che ha reso ancora più particolare l’esperienza di Carrino. Antonia Salzano, madre di Carlo Acutis, ha raccontato di aver riconosciuto nel giovane interprete qualcosa del figlio dopo aver visto il film.

«Quando ho visto il film ho riconosciuto il mio Carlo», ha dichiarato la madre del santo durante la presentazione del progetto.

Per un attore che interpreta una persona reale, soprattutto una figura così conosciuta, è probabilmente uno dei riscontri più significativi che si possano ricevere.

Il film, infatti, non punta soltanto sulla dimensione religiosa. La produzione ha scelto di raccontare Carlo anche attraverso la sua normalità: era appassionato di videogiochi, informatica e calcio, aveva amici, frequentava la scuola e viveva le esperienze tipiche di un adolescente.

È proprio questo equilibrio tra quotidianità e spiritualità che Carrino ha cercato di restituire sullo schermo.

Dopo Andrea Spezzacatena, un altro ragazzo realmente esistito

Non è la prima volta che Carrino interpreta un personaggio realmente esistito. Prima di Carlo Acutis aveva vestito i panni di Andrea Spezzacatena ne Il ragazzo dai pantaloni rosa, esperienza che gli aveva già mostrato quanto possa essere delicato raccontare sullo schermo la vita di una persona reale.

Con Il mio nome è Carlo la sfida è diventata ancora più complessa. Il giovane attore ha dovuto infatti rappresentare non soltanto un adolescente, ma una figura diventata un riferimento religioso per milioni di persone.

«Trattandosi di una storia vera e di un ragazzo realmente esistito, la responsabilità è sempre enorme», ha spiegato Carrino in un’altra intervista. La preparazione è partita anche dalla necessità di comprendere Carlo come ragazzo, prima ancora che come santo.

La scena più difficile? Quella in ospedale

Tra i momenti più impegnativi delle riprese c’è stata la sequenza dedicata agli ultimi giorni di Carlo.

La scena della morte è stata girata all’interno di un vero ospedale, in un reparto di terapia intensiva. Carrino ha raccontato che intorno alla troupe c’erano persone realmente ricoverate e che questa situazione rendeva ancora più delicato il lavoro.

«Mentre noi recitavamo una dipartita fittizia avevamo attorno gente che stava male sul serio, che soffriva», ha spiegato l’attore. Il silenzio e il rispetto sul set hanno contribuito a rendere quella giornata particolarmente difficile da dimenticare.

Il film, del resto, affronta gli ultimi momenti della vita di Acutis senza separare la malattia dal percorso umano e spirituale del protagonista.

Il prossimo sogno è Spider-Man

La carriera di Carrino è ancora agli inizi, ma negli ultimi anni il giovane attore ha già affrontato ruoli molto diversi tra loro. Dopo Il ragazzo dai pantaloni rosa e Il mio nome è Carlo, il suo desiderio guarda però decisamente altrove.

Il sogno? Un film d’azione e, soprattutto, Spider-Man.

Carrino ha raccontato di voler interpretare un giorno l'Uomo Ragno, anche se sa che potrebbe rimanere soltanto un’ambizione. Per ora, intanto, il suo percorso continua attraverso personaggi che gli stanno offrendo l’occasione di confrontarsi con storie molto lontane dalla sua esperienza personale.

Con Carlo Acutis, però, il rapporto sembra essere stato diverso. Non soltanto un ruolo da interpretare, ma un personaggio che Carrino sente di aver portato con sé anche dopo la fine delle riprese.

E forse è proprio questo l’aspetto più curioso della sua esperienza: sullo schermo ha dovuto dare un volto a Carlo, mentre fuori dal set ha finito per interrogarsi su alcune delle domande che accompagnavano la vita del giovane santo.

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