Recensione Digger, Tom Cruise cambia pelle nel nuovo film di Iñárritu: una satira che divide

Tom Cruise cambia completamente registro in Digger, la nuova satira apocalittica di Alejandro G. Iñárritu. Ecco cosa racconta il film e perché sta dividendo la critica.

Locandina di Recensione Digger, Tom Cruise cambia pelle nel nuovo film di Iñárritu: una satira che divide
© Warner Bros.

Il divo abbandona per una volta i blockbuster d’azione e interpreta un magnate del petrolio grottesco e senza scrupoli. Il risultato è una commedia apocalittica volutamente sopra le righe.

Tom Cruise non corre, non si arrampica su un grattacielo e non affronta una nuova missione impossibile. In Digger, il suo rischio più grande è completamente diverso: smettere di essere Tom Cruise.

Nel nuovo film di Alejandro G. Iñárritu, l’attore interpreta Digger Rockwell, potentissimo magnate del petrolio convinto di poter controllare anche il disastro provocato dalle proprie attività. La storia parte da una catastrofe ambientale e si trasforma rapidamente in una satira sempre più surreale sul potere, sulla responsabilità e sul modo in cui trasformiamo le tragedie in spettacolo.

Il film arriva nelle sale italiane dal 1° ottobre 2026, mentre la distribuzione internazionale parte già dal 30 settembre.

Recensione Digger, Tom Cruise è irriconoscibile

La prima sorpresa di Digger è proprio Cruise.

Iñárritu lo trasforma fisicamente in un uomo lontanissimo dall’eroe atletico a cui il pubblico si è abituato negli ultimi decenni. Digger è volgare, corpulento, teatrale e costantemente sopra le righe.

Non c’è traccia dell’eleganza di Ethan Hunt. Al suo posto compare un miliardario texano costruito come una caricatura del potere industriale, convinto di essere contemporaneamente il problema e l’unica persona capace di risolverlo.

È una scelta che ha attirato parecchia attenzione anche tra i colleghi. Sandra Hüller ha raccontato di non aver riconosciuto immediatamente Cruise quando lo ha visto trasformato nel personaggio.

La performance diventa così uno degli elementi più discussi del film. Alcuni critici hanno apprezzato il coraggio dell'attore e la sua totale disponibilità a deformare la propria immagine pubblica. Altri hanno trovato l’interpretazione eccessivamente rumorosa e caricaturale.

Una storia che parte dal petrolio e finisce molto più lontano

La premessa è volutamente enorme.

Digger Rockwell è un uomo dell’industria petrolifera la cui attività contribuisce a scatenare una catastrofe ambientale di proporzioni globali. Di fronte alla prospettiva della fine del mondo conosciuto, il magnate cerca di costruire la propria immagine come quella del salvatore dell’umanità.

Da qui Iñárritu costruisce una storia che non vuole essere soltanto un film sul cambiamento climatico.

La pellicola mette nel mirino anche il modo in cui politica, informazione e intrattenimento possono trasformare una tragedia in un prodotto da consumare. La narrazione diventa quindi sempre più consapevole della propria natura spettacolare.

È proprio questo uno degli aspetti che ha diviso maggiormente la critica.

Alcune recensioni hanno riconosciuto al film una notevole ambizione e una forte componente satirica. Altre hanno giudicato la costruzione troppo didascalica e incapace di mantenere insieme tutte le idee che vuole affrontare.

Iñárritu non sceglie la strada più semplice

Dopo Birdman e The Revenant, Alejandro G. Iñárritu torna con un progetto originale costruito intorno a un protagonista volutamente sgradevole.

Il regista utilizza una messa in scena esasperata, alternando commedia nera, elementi apocalittici e una dimensione quasi teatrale. Il risultato è un film che cambia continuamente registro, senza preoccuparsi troppo di risultare rassicurante o lineare.

Questa scelta è anche il principale punto di forza e di debolezza dell’opera.

Per alcuni critici, l’eccesso è parte integrante del progetto. Per altri, la continua ricerca dell’effetto finisce per indebolire la satira. Il Los Angeles Times, per esempio, ha definito il film una satira climatica disordinata capace comunque di trovare momenti particolarmente riusciti.

Il risultato è quindi lontano dall’essere unanimemente accolto. Le recensioni pubblicate prima dell’uscita hanno mostrato reazioni molto diverse, con giudizi che spaziano dall’apprezzamento per l’audacia fino alla bocciatura della sua costruzione narrativa.

Un cast che prova a tenere il passo con Cruise

Attorno al protagonista Iñárritu ha costruito un ensemble di grande peso.

Riz Ahmed interpreta Ganesh, mentre John Goodman veste i panni del presidente Compson. Nel cast figurano inoltre Sandra Hüller, Michael Stuhlbarg e Jesse Plemons, oltre a Sophie Wilde ed Emma D’Arcy.

Ahmed è tra gli interpreti che hanno ricevuto maggiore attenzione nelle prime recensioni. La sua presenza permette infatti al film di creare un contrappunto rispetto all’energia volutamente spropositata di Cruise.

Anche Jesse Plemons ha un ruolo importante nella costruzione della componente più meta-cinematografica della storia. Ma Digger resta inevitabilmente il film di Cruise: tutto ruota attorno al suo personaggio e alla sua capacità di sostenere una figura tanto estrema.

Il ritorno di Cruise al cinema d’autore

Il vero interesse di Digger va forse oltre il film stesso.

Negli ultimi anni Cruise è diventato soprattutto il volto di grandi produzioni spettacolari, da Mission: Impossible a Top Gun: Maverick. Qui sceglie invece di affidarsi a un autore come Iñárritu e a una storia molto più rischiosa dal punto di vista interpretativo.

Non è un semplice ritorno al cinema “serio”. Cruise non cerca di dimostrare di essere ancora capace di recitare in un dramma tradizionale.

Fa qualcosa di più strano: utilizza la propria immagine da superstar per interpretare un personaggio che rappresenta quasi l'opposto dell’eroe hollywoodiano.

Il film, inoltre, arriva con una distribuzione importante. Warner Bros. lo presenta come una produzione Legendary Pictures diretta da Iñárritu e girata interamente in VistaVision, con Emmanuel Lubezki alla fotografia e Dennis Gassner alla scenografia.

Un film destinato a far discutere

Digger sembra quindi avere un problema e, allo stesso tempo, una precisa identità: vuole parlare di troppe cose contemporaneamente.

La crisi ambientale, il potere economico, la politica, la spettacolarizzazione delle tragedie e il ruolo dello stesso cinema entrano tutti nello stesso racconto. Non sempre riescono a convivere senza attriti.

Ma proprio questa ambizione rende il film difficile da liquidare come una semplice commedia apocalittica.

La critica internazionale è già profondamente divisa. C'è chi considera il film un esperimento audace e chi ritiene che Iñárritu abbia lasciato che lo stile prendesse il sopravvento sulla sostanza.

Una cosa, però, appare evidente: Tom Cruise ha scelto un ruolo che mette alla prova l’immagine costruita in decenni di cinema mainstream. E per un attore abituato a sfidare la gravità, potrebbe essere questa la sua scommessa più insolita.

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