C’è chi con le creature preistoriche ha un rapporto speciale, quasi di esclusiva. Pensate a Steven Spielberg e al suo Jurassic Park del 1993. Quel film non si è limitato a mostrare dinosauri; li ha resi vividi, tangibili, un miracolo di tecnologia tra effetti pratici rivoluzionari e CGI pionieristica. È stato come se Stan Winston, Phil Tippett e la magia di ILM avessero davvero riportato in vita quelle bestie estinte. Un punto di non ritorno per l’immaginario collettivo e per la Universal, che da quel momento ha detenuto, nell’immaginario, i dinosauri cinematografici per eccellenza.
Ora, diciamocelo, dopo un successo così stratosferico, l’idea di fermarsi a un singolo capitolo è quasi un sacrilegio per Hollywood. E così, il franchise è andato avanti. Il problema? Molti dei seguiti, compresi quelli dell’era Jurassic World, sembrano aver interpretato male la lezione di Spielberg. Invece di replicare quella sensazione di meraviglia misto terrore per creature reali in contesti creativi, si sono concentrati sul mostrare bestie sempre più grandi e feroci, finendo per diluire la magia originale in semplici monster movie. Jurassic Park III è forse l’eccezione, riuscendo a divertire proprio perché abbandona le pretese di replicare il capolavoro e si accetta per quello che è: un puro creature feature da novanta minuti. Ed è qui che si inserisce il nuovo Jurassic World Rebirth, che promette un ritorno alle atmosfere più intime del capostipite ma con un twist intrigante: i dinosauri “scarti”. Attenzione, da qui in poi si entra nel territorio degli spoiler!
Jurassic World Rebirth: L’Isola dei Mutanti Dimenticati?
Jurassic World Rebirth si posiziona in un territorio particolare. Vuole recuperare l’immediatezza del primo film, ma deve comunque offrire qualcosa di nuovo per attirare il pubblico. La sua carta vincente? Non i soliti dinosauri, ma una collezione di aberrazioni, i “dinosauri scartati” dalla ormai defunta corporation InGen. Certo, i film precedenti come Jurassic World e Il Regno Distrutto ci avevano già mostrato ibridi genetici come l’Indominus Rex o l’Indoraptor. Ma qui l’idea è quella di presentare i “peggiori dei peggiori“. La premessa ci porta su un’altra isola, Ile Saint-Hubert (il fantomatico Sito C), presentata dal marketing come il luogo dove finirono gli scarti del primo Jurassic Park, ma che, considerando la linea temporale, è più verosimilmente un centro sperimentale per creature destinate a Jurassic World. Su quest’isola sbarca un team di mercenari guidati da Zora, interpretata da Scarlett Johansson, con una missione farmaceutica: raccogliere campioni di sangue per una potenziale cura per le malattie cardiache. Un inizio promettente, che però inciampa quasi subito in una trovata narrativa piuttosto silly (una banale carta di Snickers che sabota l’intera operazione) e in personaggi poco memorabili. È qui che veniamo introdotti alla creatura di punta, il Distortus rex o D-rex, onnipresente nel materiale promozionale.
Rebirth: Dinosauri Mutanti Nuovi, Paura Vecchia?
La grande promessa di Rebirth sono i suoi dinosauri mutanti. Il D-rex viene mostrato inizialmente come una sagoma inquietante dietro un vetro, chiaramente destinato a essere il cattivo principale. Peccato che, dopo questa anticipazione iniziale, la creatura sparisca quasi completamente per gran parte della pellicola, riapparendo solo negli ultimi quindici minuti. Questa assenza prolungata ne smorza l’impatto e lo riduce a un semplice ostacolo finale. E quando finalmente vediamo il D-rex in piena luce, l’effetto non è quello sperato. Con un aspetto che ricorda un po’ il Rancor innestato su un corpo da T-Rex, non riesce a giustificare la nomea di “peggiore dei peggiori“.
Non è l’unico tentativo di novità. C’è anche il Mutadon, un incrocio tra uno pterosauride e un velociraptor. Sulla carta, l’idea di raptor volanti suona terrificante, soprattutto considerando che i precedenti film di Jurassic World avevano un po’ addomesticato la paura associata ai raptor. Ma anche il Mutadon si rivela una delusione. Appare a sprazzi nella seconda metà del film, spesso in scene che sembrano rifare momenti iconici del primo film, come la celebre sequenza in cucina, qui reinterpretata in un minimarket sull’isola. Il problema di fondo di queste nuove creature mutanti è che non sono né spaventose né particolarmente interessanti come mostri cinematografici. È come se Rebirth non osasse spingersi fino in fondo nell’idea della “scienza pazza”, creando abomini che risultano poco minacciosi e senza una personalità definita, finendo per essere semplici comparse in un calderone di idee.
La Regina T-Rex Eclissa le Nuove Orrori Mutanti?
E la cosa più sorprendente? Nonostante tutti gli sforzi per creare nuovi, terrificanti mutanti, la creatura che ruba la scena e genera più tensione è… il buon vecchio T-Rex, con modifiche minime o nulle. Nel primo Jurassic Park, la T-Rex era la regina indiscussa, capace di generare terrore puro. Jurassic Park III osò spodestarla con lo Spinosauro, un momento di sovversione narrativa ben riuscito. I film successivi hanno provato a superarla con ibridi, ma la T-Rex ha sempre riaffermato la sua supremazia. Rebirth aveva l’occasione perfetta per rendere la T-Rex una sorta di “vecchia gloria” superata dalle nuove mostruosità. Invece, la sequenza più efficace e memorabile del film la vede protagonista. Ispirandosi a un passaggio del romanzo originale di Michael Crichton, il film mette in scena una famiglia bloccata su una zattera, costretta a un silenzioso e terrificante gioco al gatto col topo con la T-Rex addormentata. Quando la Regina dei dinosauri si sveglia e li insegue lungo le rapide, il momento più spaventoso è vedere la giovane Isabella intrappolata sott’acqua, a un soffio da quelle fauci gigantesche. Per un istante, si pensa: “Staranno davvero per far morire un bambino in un film di Jurassic World?”. Poi si ricorda che no, non succederà. Eppure, l’intera scena dimostra in modo lampante quanto la T-Rex originale mantenga ancora intatta la sua potenza terrificante, rendendo quasi superflua la ricerca ossessiva di dinosauri sempre “più pericolosi“. Anche il Titanosauro, con la sua lunga e agile coda, pur essendo uno dei mutanti più visivamente impressionanti, compare solo in una scena che ricalca platealmente quella del primo film. Persino Gareth Edwards, noto per la sua abilità nel dare un senso di scala grandioso (come in Godzilla del 2014), qui sembra non riuscire a esprimere al meglio le sue qualità registiche.
Alla fine, Jurassic World Rebirth si rivela una delusione considerevole. Un lungo e faticoso miscuglio di richiami nostalgici e personaggi che non lasciano il segno, con creature mutanti che falliscono nel compito di spaventare o stupire. Un’occasione sprecata che dimostra quanto sia difficile (forse impossibile) ricreare l’alchimia del capolavoro originale. Se cercate i mostri, li troverete, ma non aspettatevi la magia.
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